Croce, Gentile ed il mito fascista nel carteggio Croce-Vossler

1.2 Croce, Gentile ed il mito fascista

Bodei, come Croce, ritiene che nella storia ci siano periodi in cui il seme della follia intacca la mente umana. A tale proposito egli scrive che: «da più parti la cultura del Novecento sembra rinunciare alla razionalità in nome del mito»[1]. Un mito che esalta una falsa perfezione, che inneggia al darwinismo sociale, che abbatte gli ideali di libertà, che strumentalizza la scienza, la cultura, la religione e quanto altro per compiere la celebrazione del regime. «Spesso il mito, imposto con ogni mezzo, è utilizzato per rafforzare o addirittura sostituire, quando manca, la vaga e lacunosa filosofia di base; o per mascherare eventuali interessi contrastanti protetti»[2]. Del grande mito fascista furono vittime non solo i comuni cittadini ma anche, com’è noto, innumerevoli intellettuali. Ad esempio, è noto che lo schieramento di Giovanni Gentile in favore del fascismo provocò la rottura del rapporto d’amicizia con Croce. Secondo Vossler la rigidità del carattere di Gentile e la sua filosofia assai poco concreta lo rendevano particolarmente esposto al fascino dell’ideologia fascista.

Se nel pensiero del Gentile si annunzia, come sembra, qualcosa di simile, se cioè vi è veramente misticismo, temo che discussioni ulteriori tra me e lui non possano aver altra fine che quella di argomentazioni ad nomine, quali del resto si annunzian di già, specialmente nel tuo primo attacco. Ci sarebbe, insomma, il pericolo di disgusti personali che potrebbero portare il freddo nella vostra buona e lunga amicizia. Questo mi farebbe pena. Per quanto io conosca il Gentile, mi pare che l’identità di pensiero con la vita tanto pratica quanto teorica, sia per lui qualche cosa di certo, quindi indiscutibile. Di questa fede tutta la sua vita è informata. Se no, come avrebbe egli, così esatto e prudente nella scienza, potuto tirare avanti così disavveduto ed eroicamente imprudente nelle faccende pratiche?[3].

Del resto, Emma Giammattei ricorda che «Croce dichiara di continuo la propria polemica refrattarietà alla “fissazione metafisica” – come la definisce ironicamente proprio a Gentile»[4].  Dunque fu proprio l’avvento del fascismo a segnare il progressivo distacco di Croce da Gentile, o, meglio, di Gentile da Croce: l’accentuato contrasto o atteggiamento critico di Gentile verso il pensiero di Croce e, più ancora, la diversa posizione da essi assunta nei confronti della dittatura fascista valsero a cambiare i loro rapporti di sincera amicizia in rapporti d’irriconciliabile inimicizia. Se, infatti, Gentile aderì pienamente al nuovo regime dittatoriale e soffocatore di ogni libertà e se ne fece anzi propugnatore, Croce, dopo un periodo d’incertezza e di cautissima adesione, si scostò da esso e decisamente gli si oppose. La notizia della loro polemica fece il giro dell’Europa.

Ora la fama delle tue discussioni col Gentile è giunta fino a qui. Me ne parlarono due settimane fa due giovani italiani, che stanno qui per studiare il tedesco. Li pregai di farmi avere i rispettivi numeri, ma non li ebbi mai. Se ti resta qualche copia, mandamene una, perché la cosa mi interessa moltissimo e mi dispiace di aver perduto un poco il contatto delle cose italiane, specialmente ora che sto preparando una serie di conferenze sulla letteratura italiana moderna che dovrò fare a Francoforte. Spero che riescano abbastanza buone per poterle dopo pubblicarle. […] Vorrei concludere queste conferenze con una parola sulla filosofia attuale in Italia, per cui mandami quella tua discussione col Gentile[5].

I rapporti tra Croce e Gentile si inclinarono non solo per ragioni politiche, ma soprattutto perché le loro erano due filosofie diverse, non tanto e non solo nell’impianto filosofico, quanto nel modo di concepire la società e lo Stato. Esso, secondo Croce, doveva basarsi non su un’idea astratta, ma sulla realtà concreta, fatta di individui che con le proprie azioni stabiliscono e producono leggi, istituzioni, strutture, usi che riflettono le loro volontà. In questa ottica lo Stato diventava il prodotto delle azioni di un insieme di persone, ed era dato dalle mediazioni delle forze che regolano la sua andatura, ovvero, la libertà e l’autorità. La concezione filosofica della libertà crociana non accetta la distinzione delle sfere di potere che competono all’individuo o allo Stato perché tale distinzione è meramente empirica e attiene quindi alla disciplina del diritto. Croce  ha il merito di aver abbozzato la soluzione al problema della libertà, presentandola come un nuovo universale sentimento e di aver soprattutto compreso che essa è etica e non edonistica in quanto si pone come fine il perfezionamento morale degli uomini e non la loro sola felicità.  Perché gli individui siano in grado di esprimere al meglio le proprie potenzialità e di metterle al servizio della società è necessario non solo che le forze che governano lo Stato siano in perfetto equilibrio, ma che esso non abbia il potere di «circoscrivere le azioni politiche»[6] ne tantomeno, continuò Croce, di valere come «contrapposto delle azioni singole, come entità che abbia una propria vita oltre o disopra degli individui»[7]. Egli osservò che esiste uno scarto tra l’essere libero di fare qualcosa ed essere capace di fare qualcosa: si può infatti essere liberi di compiere una scelta, un’azione, ma se non si era capaci, se non ci sono le condizioni necessarie per attuare realmente i propri propositi è probabile che la nostra non-capacità diventi una non-libertà . Ciò posto, è lo Stato a dover essere il garante di tali condizioni. Croce, come Tocqueville, sosteneva che il regime democratico fosse quello più predisposto al pensiero liberale, ma che presentasse anche una serie di problemi che dovevano essere risolti dai politici.

Il liberalismo sembra talora confluire col democratismo e talora divergerne fortemente e contrastarlo: lo contrasta in quanto quello, idoleggiando l’eguaglianza concepita in modo estrinseco e meccanico, si avvia, voglia o no, all’autoritarismo; […]  ma sembra confluire con esso in quanto il democratismo si oppone ad altre forme di autorità e, in siffatto contegno, è liberale e può porgere braccio di alleato[8].

A suo avviso, le moderne società democratico – liberali, pur con i loro limiti e le permanenti disuguaglianze sociali, hanno dimostrato che è possibile, anche se in maniera imperfetta, coniugare i diritti civili con i diritti sociali. In ogni tipo di società nessun individuo è totalmente libero rispetto agli altri e nessuna sanzione gli potrà mai impedire in assoluto di compiere una qualsivoglia azione. Invece, per Gentile, dinanzi a questo grande avvento delle masse, il problema è di creare uno Stato inteso come comunità vivente, incentrato fondamentalmente sull’idea di sacrificio e di dovere.

Lo stato, come oggi dovremmo cominciare a saper bene tutti, non è inter homines, ma in interiore homine. Non è quello che vediamo sopra di noi; ma quello che realizziamo dentro di noi, con l’opera nostra, di tutti i giorni e di tutti gli istanti; non soltanto entrando in rapporto con gli altri, ma anche semplicemente pensando, e creando col pensiero una realtà, un movimento spirituale, che prima o poi influirà sull’esterno, modificandolo[9].

Infatti, come sarà posto in evidenza da considerazioni che saranno date in seguito, caratteristica peculiare del totalitarismo è l’identificazione fra società e Stato. Tenendo presente l’evoluzione del rapporto Stato-Società Carl Schmitt prevede addirittura un passaggio obbligatorio dovuto allo sviluppo dialettico, attraverso lo Stato assoluto del XVII e XVIII secolo allo Stato liberale del XIX secolo e da questo allo Stato totalitario che identifica lo stato con la società[10]. Maggi ricorda a questo proposito come nella Politica in nuce del 1924 sia esplicito il rifiuto di ogni “delirio statale” di marca gentiliana, a favore invece di quella vita morale che trabocca continuamente dai limiti imposti dallo Stato; e la fiducia crociana nell’operare della libertà, anche in anni in cui l’ideologia appare trionfante, risulta preziosissima nel momento del crollo del regime, allorché essa contribuisce a garantire la continuità dell’identità nazionale, sia sul piano istituzionale, che su
quello più profondo della tradizione culturale. Quella di Croce è dunque, secondo Maggi, una filosofia intrinsecamente politica[11], che senza cedere alla tentazione di farsi teoria dell’azione si configura però come chiave per un’interazione feconda con la realtà. In questo senso egli considera inaccettabile l’immagine del Croce olimpico ed inerte diffusa nel dopoguerra e la riconduce ad un fortunato ma pericoloso luogo comune del Novecento italiano, che dal velleitarismo della «Voce» è giunto, attraverso la mediazione di Gentile, fino a Gramsci. Si tratta di quell’accento manicheo che risuona ad esempio nel Risorgimento di Gobetti, il quale, pur recependo l’eredità crociana, può essere inserito a buon diritto nella prospettiva gentiliana per quanto concerne la sua concezione del ruolo pubblico dell’intellettuale. Croce, invece, pur partecipando dello stesso clima intellettuale, coglie i rischi di ogni esaltazione volontaristica che cerchi riscatto dal presente in una qualunque visione ideale. Già nel 1903, infatti, ammonisce in questo senso i giovani del «Leonardo»; e nel 1911, in uno scritto poi lodato da Amendola, chiarisce come il vero problema della politica non sia creare un nuovo mondo, bensì seguitare a lavorare, in qualunque condizione, per migliorare quello vecchio, ossia l’unico reale. La posizione di Croce, che pure si impegna per il recupero e la valorizzazione della tradizione italiana, si distingue anche in questo dal programma nazionale di Gentile[12]. Egli rifiuta ogni confusione tra “partecipare” e “parteggiare”; nega l’immagine politicizzata di De Sanctis diffusa dai nazionalisti; ricorda come gli intellettuali possano avere un ruolo pubblico attivo, senza necessariamente adottare un atteggiamento romantico. Pur non considerando quello della scuola l’unico problema del paese, Croce ne sottolinea più volte il ruolo fondamentale, non tanto per la formazione della classe dirigente, bensì per rafforzare la coesione sociale a tutti i livelli, attraverso l’aggregazione di un ceto civile in grado di realizzare una mediazione culturale interclassista. Contro ogni uso strumentale o profetico della storia, infine, egli nega che essa sia determinante al di sopra e al di fuori delle nostre responsabilità nei suoi confronti e di ogni scelta individuale.

Jaspers affermò che poiché nel corso del tempo è accaduto più volte che la storia fosse manipolata  e generasse forme di potere dispotico, il totalitarismo era come una bestia in perenne agguato:

Nessun paese è immune dal partorire il mostro del Totalitarismo. Come un mitologico Proteo esso assume sempre nuove sembianze, scivola via come un’anguilla, fa esattamente il contrario di quello che dice, falsa il significato delle parole, apre la bocca non per fornire informazioni, ma al solo scopo di ipnotizzare, sa sviare l’attenzione, insinuare, intimidire e ingannare; provoca e sfrutta ogni timore, distrugge – mentre la promette – ogni sicurezza[13]

Gramsci, come Croce, in contrapposizione a Gentile, non ridusse lo Stato alla funzione di dominio e di coercizione, a mero momento della forza, a guardiano notturno che impone, controlla e tutela l’ordine sociale, altrimenti «Stato = società politica + società civile, cioè egemonia corazzata di coercizione»[14]. Dunque, secondo Gentile lo Stato ed il cittadino si fondono tutt’uno. Nella voce «Fascismo» della Enciclopedia Italiana, attribuita a Benito Mussolini e in parte anche a Giovanni Gentile, il rapporto fra l’uomo e lo Stato è così definito:

Antiindividualistica, la concezione fascista è per lo stato; ed è per l’individuo in quanto esso coincide con lo stato, coscienza e volontà universale dell’uomo nella sua

esistenza storica (…). E se la libertà deve essere l’attributo dell’uomo reale, e non di quell’astratto fantoccio a cui pensava il liberalismo individualistico, il fascismo è per la libertà. E per la sola libertà che possa essere una cosa seria, la libertà dello stato e dell’individuo nello stato. Giacché per il fascista, tutto è nello stato, e nulla di umano o spirituale esiste, e tanto meno ha valore, fuori dello stato. In tal senso il fascismo è totalitario, e lo Stato fascista, sintesi e unità di ogni valore, interpreta, sviluppa  e potenzia tutta la vita del popolo[15].


[1] R. Bodei, Novecento: apogeo e crisi del moderno, in Storia Contemporanea,Roma, Donzelli, 1997, p. 288.

[2] Mussolini in un suo discorso tenuto a Napoli nel afferma usando parole che riecheggiano Sorel:«Noi abbiamo creato il nostro mito. Il mito è fede, passione. Non è necessario che esso debba realizzarsi. Esso è una realtà per il fatto che è uno stimolo, una speranza, una fede, che è coraggio. Il nostro mito è la nazione, il nostro mito è la grandezza della nazione».Brano tratto da George H. Sabine. Storia delle Dottrine Politiche, Milano, Etas Kompass, 1992,  p. 687.

[3] Lettera del 22 febbraio’14 in Carteggio Croce- Vossler, cit., pp. 179-180.

[4] E. Giammattei,   La biblioteca e il Dragone Croce, Gentile e la letteratura, cit., p. 70.

[5] Lettera del 12 febbraio 1914, i n Carteggio Croce- Vossler,cit., p. 177.

[6] B. Croce, Il senso politico, in La religione della libertà, Antologia degli scritti politici, a cura di G. Cotroneo, Milano , SugarCo, 1986, p. 175.

[7] Ibidem.

[8] B. Croce, La concezione liberale come concezione della vita, cit., p. 116.

[9] G. Gentile, Discorsi di religione, Firenze, Sansoni, 1957, p. 25.

[10] Cfr. H. Arendt, Le origini del totalitarismo, Torino, Einaudi, 1967,  p. 350.

[11] Cfr. M. Maggi, La filosofia di Benedetto Croce, Napoli, Bibliopolis, 1998, pp.112-120 .

[12] Cfr. N. Nicolini, Croce, Gentile ed altri studi, Firenze, Sansoni, 1973, pp. 70-73.

[13] K. Jaspers, La battaglia contro il Totalitarismo, a cura di G.A Brioschi e L. Valiani, in Totalitarismo e cultura, Milano, Comunità, 1957, p. 86.

[14] A. Gramsci, Quaderni dal carcere, Edizione critica dell’Istituto Gramsci, a cura di V. Gerretana, Torino, Einaudi, 1975, II, Quaderno 6 (VIII),par. 136, p. 800.

[15] Voce Fascismo, in Enciclopedia Italiana, Roma, Istituto dell’ Enciclopedia Italiana, 1932, XIV, p. 847.

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La questione di Trieste nel carteggio croce-vossler

La questione di Trieste nel carteggio croce-vossler

Purtroppo, principalmente durante i regimi totalitari ma anche in tempi non sospetti, la scuola  non è soltanto un luogo dove si acquisiscono le conoscenze e le discipline prescelte, ma è soprattutto un luogo dove la politica prende il sopravvento ostacolando, spesso, l’apprendimento degli studenti, come ricorda Klemperer nei suoi diari, riportando un avvenimento accaduto durante un corso da lui tenuto presso l’Istituto Universitario Suor Orsola Benincasa.

Allora uno degli studenti preti si alzò gridando minacciosamente. «Silenzio! Immediatamente scoppiò un tumulto, io riuscii a sentire tra le grida generali “Viva il Belgio! – Viva la Francia! – Abbasso l’Austria!” e “Vogliamo Trieste!”, soprattutto e di continuo “Vogliamo Trieste!». […]dissi di essere solo un povero filologo che non poteva restituire loro Trieste, perché non mi apparteneva, e poi, continuando in modo serio e incisivo, che stavo qui per incarico del ministero, per insegnare loro un po’ di tedesco, quindi dovevano lasciare da parte la politica e onorare l’università come luogo di pace e di scienza, e infine, con nuova verve, confessai di aver preteso di cominciare la mia lettura malgrado gli avvertimenti, confidando pienamente nella cavalleria italiana, la quale non riuscivo a credere che ammettesse di deludere o offendere. Le mie parole fecero effetto. Il giapponese grassottello si alzò per metà dal suo posto e disse con tono amichevole e risoluto: «Il professore ha ragione; si deve separare la scienza dalla politica; sono venuto fin qui per imparare il tedesco»[1].

Trieste fu, assieme a Trento, il centro dell’ irredentismo, movimento che puntava all’annessione all’Italia di tutte quelle terre abitate da secoli da popolazioni di cultura italiana (o italica) ma che ancora non facevano parte dell’Italia del tempo Nel 1920 Trieste venne annessa all’Italia insieme al resto della Venezia Giulia. L’annessione determinò la perdita di importanza della città stessa che si ritrovò ad essere città di confine, senza un vero e proprio hinterland. Per questo Trieste ha dovuto fare i conti con  movimenti nazionalistici che erano molto forti nelle zone che si accentuarono soprattutto nel periodo fascista[2]. L’obiettivo, predominante in ogni Stato, era quello di nazionalizzare e centralizzare, per cui le minoranze etniche erano sottoposte a misure di integrazione. A Trieste ne pagò le conseguenze anche la minoranza slovena (che componeva quasi il 25% della popolazione). Il 13 aprile 1920, dopo gli scontri tra Croati e Italiani a Spalato, i nazionalisti italiani incendiarono la Narodni Dom (Casa Nazionale), un centro culturale degli sloveni e altri slavi triestini. Ma, sensibili ai movimenti irredentisti che percorrevano l’Europa, molti triestini aderirono alle imprese garibaldine e alle guerre risorgimentali e, alla fine della Prima Guerra Mondiale, la città tornò italiana[3]

A Trieste il nazionalismo italiano assunse delle connotazioni esasperate, con caratteristiche che saranno poi tipiche dello squadrismo fascista.

Dopo la fine del primo conflitto mondiale, le tappe della repressione antislava procedettero rapidamente: i soldati austro-ungarici prigionieri che rientravano a casa, soprattutto se slavi, vennero internati in campi di prigionia speciali e particolarmente duri, dove molti trovarono la morte per le privazioni e le malattie.

È dell’ aprile del ‘19 invece la nota del commissariato civile di Pola in cui si comunica che delle 49 scuole croate esistenti prima dell’arrivo dell’Italia in quelle terre, 45 erano state chiuse, ma era però necessario provvedere anche che migliaia e migliaia di fanciulli non rimanessero, in seguito alla chiusura di tante e tante scuole, senza alcuna istruzione[4] In esecuzione degli ordini del predetto comando, venivano perciò aperte scuole e giardini infantili con lingua d’insegnamento italiana anche in quelle frazioni dove non era ancora sistemata una scuola italiana provinciale e fu assunto il personale necessario. Queste direttive anticipano la famosa legge di riforma delle istituzioni scolastiche dell’ottobre 1923 (la legge Gentile) che sancirà la definitiva chiusura delle scuole di lingua non italiana (tedesche, slovene, croate) nelle nuove province del Regno d’Italia. Il secondo conflitto portò con se nuove tragedie. L’Italia perse la guerra e Trieste fu invasa dalle truppe jugoslave del maresciallo Tito e migliaia di italiani, contrari al regime comunista, furono sotterrati vivi in profonde cavità carsiche chiamate foibe. Il problema di Trieste costituì il principale tema sia della nostra politica estera che di quella interna, dal 1943 al 1954. Infatti, non si trattò soltanto di evitare la perdita dell’estremo lembo d’Italia, ricongiunto alla Madrepatria con l’ultima guerra risorgimentale, quella del 1915-18, costata 600.000 morti e più di due milioni di mutilati e feriti; ma si trattò anche di cercar, invano, di salvare i quasi 300.000 italiani della Venezia Giulia[5] che furono poi costretti a lasciare le loro terre, le loro case, i loro averi, dando luogo ad una diaspora di grandezza simile a quelle che oggi stanno verificandosi da varie terre dell’antica Indocina e che lasciano costernato l’intero mondo. Ma le conseguenze di quel tormentato periodo, che inizia con l’occupazione nazista della Venezia Giulia nel 1943, non sono ancora esaurite. Solo l’intervento delle truppe alleate spezzò l’incubo e la città, in un misto di euforia e disorientamento, rimase sotto il controllo del governo militare statunitense fino al 1954. In quell’anno, Trieste tornò finalmente e definitivamente alla madre patria, divenendo il capoluogo della più piccola provincia italiana e della regione Friuli-Venezia Giulia[6].  Come sottolineato in precedenza, nel ‘900 la questione di Trieste fu strumentalizzata per fomentare le forti tensioni esistenti fra l’Italia e l’Austria. In una lettera al Vossler, Croce criticò il fatto che di frequente gli adulti invece che insegnare ad i bambini i valori di reciproca tolleranza infondevano in loro l’astio verso il nemico straniero.

«Alla mia bambina, la quale aveva due anni, la vecchia cameriera piemontese e patriottarda aveva insegnato a gridare: “Abbasso gli Austriachi”»[7].

Nella seguente lettera, Croce sottolineò che uno dei fattori che comprometteva l’amicizia e la collaborazione scientifica fra i paesi europee erano gli chauvinismes. «Auguro che in Europa si ristabilisca la fratellanza scientifica: con l’esclusione di tutti gli chauvinismes, e soprattutto del francese e del tedesco»[8].  Lo chauvinismo dell’epoca fu sottovalutato da molti intellettuali che non lo ritennero un sentimento pericoloso per la fratellanza europea . Ad esempio, Victor Klemperer si rimproverò aspramente il fatto di aver sottovalutato tale fenomeno culturale. «Mi sono sempre rimproverato per il fatto di aver sottovalutato un pollo cieco come lo chauvinismo francese, di non essermi preoccupato neanche di quello italiano, di essermi irritato per queste riunioni che hanno rivelato così acutamente lo stato pietoso della scuola italiana; ma comunque avevo meno motivi per vergognarmene»[9].


[1] N. K.

[2] Cfr. R. Pupo, Gli esodi e la realtà politica dal dopoguerra ad oggi, in Finzi R., Magris C.,

Miccoli G. (acd), Storia d’Italia. Le regioni dall’unità ad oggi. Il Friuli – Venezia Giulia, Einaudi,

Torino, 2002 pp.663-758.

[3]Cfr. G. Romano, Idea del paesaggio italiano, in Storia d’Italia. Annali 5. Il paesaggio, Torino, Einaudi, 1982, pp.265-269.

[4] Cfr. E. Sestan., Venezia Giulia. Lineamenti di una storia etnica e culturale, Centro librario, Bari, Laterza, 1965, pp. 42-54.

[5] Cfr. D. De Castro  La questione di Trieste. L’azione politica e diplomatica italiana dal 1943 al 1954, Lint,     Trieste,  1981, pp. 90-110.

[6] Cfr. P. e R. Grandinetti, Il caso Friuli: arretratezza o sviluppo, Udine, Il Campo, 1979, pp.88-94.

[7] Lettera del 22 luglio ‘19, i n Carteggio Croce- Vossler, cit., p. 211.

[8] Ibidem.

[9] Tratto dalla mia traduzione del capitolo Neapel im Frieden, dell’opera di Victor Klemperer, Curriculum Vitae, Berlin, Aufbau Taschenbuch Verlag, 1996. «da ora in poi citato come N. F.».

Klemperer, Croce, Napoli, carteggio

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Croce Klemperer Vossler e lo stato totalitario

1.3 Le caratteristiche dello stato totalitario

Il saggio di Ernst Jünger, del 1930, Die totale Mobilmachung[1], individua la caratteristica qualificante dello Stato novecentesco: imporre ai cittadini una mobilitazione totale come se fossero minuscoli ingranaggi di un meccanismo che funziona incessantemente; i paesi diventano gigantesche  officine metallurgiche  e ciascuna singola vita si trasforma sempre più chiaramente nella vita di un lavoratore, di un milite del lavoro completamente trasformato in ogni sua cellula in Stato. Secondo Schmitt:

Se la società stessa si organizza in Stato, Stato e società devono essere fondamentalmente identici, cosicché tutti i problemi sociali ed economici diventano

immediatamente problemi statali e non si può più distinguere fra ambiti statali-politici e sociali-non politici. Tutte le contrapposizioni finora correnti, basate sul presupposto dello Stato neutrale, che appaiono in seguito alla distinzione di Stato e società e sono soltanto casi di applicazione e delimitazioni di questa  distinzione,vengono ora a cessare [.... ] La società divenuta Stato è uno Stato dell’economia, della cultura, dell’assistenza, della beneficenza, della previdenza; lo Stato divenuto autorganizzazione della società, quindi di fatto da essa non più separabile, abbraccia tutto il sociale, cioè tutto quanto concerne la convivenza umana. Non c’è più nessun settore rispetto al quale lo Stato possa osservare un’incondizionata neutralità nel senso del non-intervento [...] Nello Stato divenuto

autorganizzazione della società non c’è più nulla che non sia almeno potenzialmente statale e politico[2].

Secondo l’autore, dunque, quando lo Stato cessa di essere neutrale ed invece di tutelare il singolo individuo lo soffoca assoggettandolo al proprio volere, allora, esso da liberale diventa totalitario. «Si intromette indifferentemente in tutti gli ambiti, in tutte le sfere dell’esistenza umana, che non riconosce più alcuna sfera libera dallo Stato perché in generale non può distinguere più nulla. […] »[3].  Entra nella sfera pubblica come in quella privata, limita la libertà dei cittadini diventando tirannico. « Esso interviene in tutti i possibili affari e in tutti i campi dell’esistenza umana, non solo nell’economia (…) bensì anche nelle questioni culturali e sociali, che una volta si consideravano volentieri faccende puramente private»[4]. Lo Stato diventa un sovrano dispotico che esprime la volontà del leader,da cui il popolo è completamente plagiato. La Arendt accenna a quella forma di terrore e di controllo sociale che era «il modellamento e rimodellamento delle menti»[5], la pervadente riforma della mente umana che è il corrispettivo della creazione dell’uomo nuovo tipico dello spirito totalitario. «Gerarchia è la parola chiave del fascismo»[6], ovvero, un principio secondo cui il singolo individuo acquista valore soltanto se svolge egregiamente la sua funzione nell’ingranaggio dello Stato, soltanto se soddisfa la volontà del capo. La forza mediatica del leader assumeva: «Nella propaganda martellante e nella mitologia popolare la figura paterna infallibile, così abissalmente superiore ai gerarchi in camicia nera e ai perfetti. Tutte le decisioni ricadono su di lui, circondato da un ristrettissimo gruppo che – com’è logico in un sistema chiuso – non può rinnovarsi se non per il capriccio o l’intuito del capo»[7]. Tutto il sistema si regge su un solo personaggio, leader indiscusso, che ne costituisce il cuore, e sugli ordini che lui impartisce, fondamentali per il funzionamento della complicata struttura organizzativa. Il capo è una figura idealizzata e mitica; essa definisce tutto ciò che un uomo qualsiasi vorrebbe essere, ma al tempo stesso il suo predominio e la sua severità incutono a chiunque un senso di rispetto, nonché di timore[8]. Il mantenimento della superiorità e quindi della leadership sulle masse, presuppone la dote dell’infallibilità, l’essere immuni da errori; essendo il rapporto fra capo e subordinati di tipo simbiotico (il primo si identifica con ogni suo seguace e viceversa), le critiche rivolte a questi ultimi (che agiscono sempre in nome del leader), costituiscono attacchi contro il leader stesso, e di conseguenza sono intollerabili. Altre due sono le conseguenze collegate a questa identificazione, rilevate dalla Arendt[9]. La correzione degli errori implica l’eliminazione materiale di chi li ha commessi, il ripristino della perfezione (un comportamento molto simile a quello indotto da una struttura psichica di carattere narcisistico nel rifiuto di accettare le proprie deficienze); inoltre, sentendosi ogni subordinato un’estensione fisica del capo, nessuno si ritiene in dovere di spiegare le ragioni delle azioni compiute, e perciò tutta la responsabilità viene automaticamente scaricata sul vertice del comando. Tale schema è una caratteristica comune a tutti i regimi totalitari. Anche i mezzi con cui detengono il potere sono, più o meno, gli stessi. Il problema più profondo è quello della mobilitazione delle masse. La Prima Guerra Mondiale, la Grande Guerra, è stato un fenomeno grandioso, tragico, che ha mobilitato milioni di uomini nelle trincee, Ed è stata una terribile guerra, durata per anni. La gente è uscita dal privato, si è sentita resa partecipe della storia, è stata completamente coinvolta. E le grandi masse sono emerse come protagoniste della storia. Il fenomeno ha radici ancora più remote come il fenomeno dell’industrializzazione, la nascita del proletariato urbano. Tutti questi fenomeni in cui gli individui sono stati, in qualche modo, strappati dal tessuto della società antica, della società agricola, che si identificava intorno al campanile dei piccoli comuni agricoli, e si sono ritrovati coinvolti in grandi realtà collettive sono state le premesse naturali per l’emergere e l’affermarsi del totalitarismo. Secondo Neumann gli artefici del movimento totalitario capirono che nella società industrializzata di massa non sono più sufficienti i metodi coercitivi tradizionali, per il controllo sulla popolazione è necessario affiancare (o meglio  nascondere dietro) alle strutture istituzionali gli organi del partito, inserirsi in ogni settore del tessuto sociale, gerarchizzare e burocratizzare, ma soprattutto intervenire sulla psicologia sociale, attraverso la propaganda e l’indottrinamento, contribuendo all’isolamento dell’individuo e favorendone la manipolazione. La propaganda è assimilabile alla pubblicità commerciale: vende valori culturali come se fossero beni di consumo; il suo obiettivo è raggiungere il monopolio assoluto dei consensi e l’omologazione ideologica della popolazione, fino ad arrivare alla deformazione della sua capacità di giudizio, e di fatto, a possederne la mente[10]. Persino il Vossler, anche se per un breve periodo, fu vittima della propaganda nazista, come emerge chiaramente da queste righe, scritte a Croce.

Ma ora posso sfogarmi più a lungo e debbo dolermi prima di tutto delle calunnie e di ogni genere di notizie false che si spargono in Italia sul conto nostro. Non avrei creduto possibile che due popoli alleati potessero perdere a tal punto e in così poco tempo ogni contatto morale e politico. Da noi si sta svolgendo il più grandioso spettacolo di risveglio di una nazione di settanta milioni, tutti uniti, senza eccezione, dall’imperatore fino all’ultimo poveraccio, si fondano le idee del socialismo moderno con quelle antiche del feudalesimo militare, si organizzano misure colossali di soccorso, si vive ognuno per tutti, per la patria – ed a tutto ciò in Italia si chiude gli occhi, per spalancare invece tanto d’orecchia alle frasi umanitarie ed al falso sentimentalismo dei francesi[11].

Il “risveglio” annunciato dal Vossler consisteva, appunto nel riscatto della Germania. Infatti, nel Paese, la sconfitta nella Prima Guerra Mondiale era coincisa fatalmente con altri fattori, riscontrabili sia nell’analisi di Fromm[12] che di Arendt[13]. Innanzitutto la perdita della guerra e le dure sanzioni imposte dagli Stati vincitori fecero cadere il Paese in una profonda depressione economica che colpì maggiormente la classe media inferiore, più vulnerabile all’inflazione rispetto alla classe operaia ed a quella alto borghese, e causò una generale sensazione di impotenza e di fallimento individuale e sociale. L’insoddisfazione e la frustrazione sociale erano accentuate dal crollo dei valori religiosi e della moralità. In questo clima è facile intuire il ruolo che ebbe il movimento nazista come restauratore di un ordine ormai perduto definitivamente; se la maggioranza della classe operaia subì gli eventi con indifferenza o rassegnazione ed i ceti superiori fiutarono la possibilità di sfruttare la situazione a loro favore, le classi piccolo borghesi, gli ex-combattenti e gli ufficiali dell’esercito, non aspettavano altro che l’opportunità di riacquistare prestigio e potere, e di dare sfogo a un desiderio represso di rivincita o persino di vendetta. Una vendetta che assunse la valenza di una ragion di stato che, secondo Vossler, gli italiani non erano capaci di comprendere.

Per noi si tratta di una guerra di santa difesa. Le ragioni politiche, i precedenti diplomatici saranno quel che sono; a quest’ora nessuno ancora li conoscerà in tutta la loro complicazione. Ma sta il fatto che nella conoscenza tedesca, nel sentimento nostro, c’è solo questo: la Germania è attaccata a tradimento, e portata a difendersi e si difenderà fino all’ultima goccia di sangue. Non vi sono partiti, non vi sono tendenze isolate, non c’è nulla di fittizio, di montato, non è un movimento politico, è la più elementare eruzione di forza popolare che si sia mai vista[14].

Il fenomeno psicologico dell’identificazione, che porta l’individuo a sentirsi parte integrante di un’entità più grande e più forte, è quello che concretamente ed in una forma estrema si è verificato in Germania fra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale, e ha contribuito alla formazione di una massa compatta e spregiudicata capace di mettersi contro il mondo intero. Sulla base di queste considerazioni le parole che Vossler scrisse a Croce acquistano un senso compiuto. Molti critici, fra cui la Arendt, parlarono del «potere magico esercitato da Hitler sui suoi ascoltatori. […] Egli esercitò un fascino a cui nessuno, dicono, sarebbe stato immune»[15]. Secondo l’autrice, la potenza del fascino di Hitler fu strettamente collegata al contesto sociale. Infatti, in una società debole e priva di valori,  può accadere che un uomo particolarmente carismatico riesca ad influenzare il volere della massa.

Il fascino è un fenomeno sociale, e quello esercitato da Hitler sul suo ambiente deve essere inteso in questo particolare contesto. La società è sempre incline ad accettare lì per lì una persona per quello che pretende di essere, di modo che un ciarlatano atteggiatesi a genio a sempre qualche probabilità di essere creduto. Nella società moderna, con la sua caratteristica incapacità di giudizio, tale tendenza è accentuata, e chi, oltre ad avere opinioni, le presenta col tono di una convinzione incrollabile, non perderà tanto facilmente il suo prestigio, per quante volte risulti evidente il suo errore[16].

È questo uno dei motivi per cui il regime totalitario detiene il potere grazie al consenso popolare. Infatti esso ha bisogno, per sopravvivere e portare avanti “i suoi intenti”, di una massa compatta e fedele, una scorta di «materiale umano»[17]. Nel contesto storico-sociale in cui si ambientava il movimento totalitario, l’identificazione rappresentò un compenso in positivo alla mancata considerazione di sé da parte dell’individuo, a causa dello stato di angoscia, alienazione e repressione in cui si trovava; il processo di identificazione costituì una valvola di sfogo psicologica, attraverso la quale chi si sentiva completamente vuoto ed isolato poteva ritrovare un motivo di orgoglio e di aggregazione sociale, grazie all’unione spirituale con un gruppo, omogeneo nelle convinzioni e negli intenti. Questo fenomeno, che fece recuperare un senso di sicurezza e di forza alla popolazione, avvenne a scapito della volontà personale, sostituita dalla volontà superiore della massa (o meglio dalla volontà superiore del manipolatore della massa), e della capacità personale di giudicare obiettivamente, sostituita da una serie di valori, convenzioni e caratteri comuni sui quali veniva fondata l’appartenenza alla comunità[18]. Secondo la prospettiva di Reich, nel meccanismo di identificazione dell’individuo nel regime nazista e nel suo capo ha una rilevanza determinante il ruolo della piccola borghesia (la classe trascinante del nazionalsocialismo), e del suo carattere sessualmente repressivo, sia nell’ambito sociale che in quello prettamente psichico. In generale il successo di un capo o dell’esponente di un’idea dipende dalla corrispondenza che la sua proposta o le sue concezioni personali hanno in un largo strato della massa, ma un completo asservimento degli individui verso un’altra persona, come quello avvenuto nei confronti del Führer, necessita di una intensa relazione psicologica: «Solo quando la struttura della personalità di un capo coincide con le strutture individuali a livello di massa di vasti strati della popolazione il Führer riesce a fare la storia»[19]. L’identificazione con il padre nell’ambito della famiglia autoritaria è strettamente correlata all’identificazione dell’individuo con il potere nell’ambito dello Stato autoritario; il padre costituisce il punto di connessione fra la famiglia e lo Stato; egli assume di conseguenza anche un ruolo politico: si sottomette all’autorità e contemporaneamente riproduce sui figli quello stesso dominio. Lo strumento attraverso il quale si esplica il potere del padre (e di riflesso del leader) è la più rigorosa limitazione sessuale, così facendo «le donne svilupperanno un atteggiamento rassegnato, i figli una forte identificazione col padre che in seguito diventerà identificazione sentimentale con qualunque autorità»[20]. Secondo Reich la repressione sessuale, che è causa e non conseguenza del complesso edipico provoca da un lato la tendenza degli individui a sottomettersi all’autorità, a causa della formazione di un Super-Io particolarmente severo e della sua successiva introiezione, e dall’altro la tendenza a dipendere da quei legami incestuosi che hanno come oggetto la madre e che vengono poi traslati su altre entità[21]. Il sentimento nazionalistico può essere considerato come «la diretta continuazione del legame familiare e affonda in ultima analisi le sue radici, esattamente come essa, nel legame fissato alla madre»[22].

Il fattore che incide maggiormente sul meccanismo dell’identificazione, cioè l’indifferenziazione fra sé e l’altro, se può essere visto come un presupposto dell’amore che lega i componenti del gruppo, diventa una fonte di odio nel momento in cui viene a mancare. Chi non rispetta il modello imposto dall’identificazione e mette così in discussione la sua perfezione ed armonia, rappresenta una minaccia per le fantasie di onnipotenza (e la concreta possibilità di realizzarle) relative alla forza e all’invincibilità della nazione e del suo capo. Secondo Fromm i ruoli che svolgono le figure paterna e materna, sia per quanto riguarda la psicologia individuale, sia per quanto riguarda quella della sfera sociale, sono alla base del rapporto che il singolo e la massa stabiliscono con il potere nell’ambito del regime totalitario. Esiste una stretta correlazione fra padre e leader, e fra madre e na­zione, che si intensifica al crescere del grado regressivo del contesto psichico, storico e culturale[23]. La dimensione regressiva nella psicologia del totalitarismo, nelle sue manifestazioni più arcaiche, abbraccia integralmente il mondo istintuale dell’Es, che emerge con le sue esigenze impellenti dall’inconscio collettivo, e trova nella nuova realtà plasmata dal movimento un maggiore appagamento[24]. L’occhio filtrante dell’Es sul mondo è costituito dall’Io, una sorta di recettore di stimoli e, al tempo stesso, uno scudo contro le possibili perturbazioni che potrebbero colpire l’inconscio; l’Io costi­tuitosi come appendice protettiva e contemporaneamente autore­pressiva dell’Es, cerca continuamente di raggiungere un compro­messo fra le esigenze dell’Es e la realtà esterna sopprimendo o de­viando verso altre direzioni gli impulsi: è il sostenitore, interno all’individuo, del principio della realtà. Nonostante l’apparente indipendenza del ruolo svolto dall’Io, esso rimane perennemente legato alla sua origine (l’Es), mediante quella parte arcaica e non cosciente della memoria, che contiene il «ricordo della soddisfazione ottenuta in passato»[25], ma che è ancora l’input di ogni processo mentale. L’Io è sottoposto ad una notevole sollecitazione, causata dall’azione sia del principio della realtà (deve provvedere all’adattamento dell’individuo alle regole imposte dal pa­dre della comunità), che del principio del piacere (deve superare la ten­denza a ritornare allo stadio che ha preceduto quello del dominio sociale). Quello che Marcuse mise in evidenza è il grosso peso, per quanto riguarda la tendenza alla sottomissione nei con­fronti del dominio totalitario,  causato dall’interiorizzazione della repres­sione durante la formazione del Super-Io che provoca l’interruzione dello sviluppo istintuale e si blocca ad uno stadio infantile (primitivo)[26]. Secondo Marcuse, la storia della civiltà è caratterizzata dal succedersi continuo di una fase di dominio, una fase di asservimento e una fase di ribellione[27], che antropologicamente sono descritte rispettivamente dalla conquista del potere da parte del padre, dalla sottomissione dei figli al potere e dall’uccisione del padre da parte dei figli e il ripristino di un nuovo dominio. Un aspetto particolarmente importante per la comprensione della fuga dalla libertà del totalitarismo, che viene messo in risalto da Marcuse, è la fase dell’asservimento, attraverso la quale alla repressione esterna si associa l’autorepressione interna dell’individuo a favore dell’autorità dominante (introiezione della repressione). Ciò si ricollega alla funzione filtrante e autopunitiva del Super-Io, tramite il quale vengono assorbiti i principi morali del mondo esterno. La repressione che si viene a creare con la crescita del dominio sociale in aggiunta a quella fisiologicamente necessaria «repressione fondamentale[28], viene appunto chiamata da Marcuse «espressione addizionale»[29], ed è indice del grado repressivo della società. Tuttavia, è  evidente che il completo annullamento dell’Io individuale non coinvolse senza discriminazioni l’intera popolazione tedesca, e l’identificazione nel regime nazista o nel suo capo non fu sempre così inconscia e guidata da impulsi irrazionali. Infatti, secondo la Arendt, dove finiva la credulità e la vera partecipazione emotiva della gente, iniziava il cinismo e la rilevanza degli interessi personali. Ma, nonostante ciò, il fatto importantissimo che la partecipazione al movimento totalitario deve attribuirsi pressoché ad individui appartenenti a pressoché tutte le classi sociali, tanto da far intravedere una sorta di alleanza fra plebe ed elite[30], e a tutti gli strati culturali, implica la necessità di fornirne una spiegazione socio-psicologica che abbia un valore generale. Il ruolo che ha avuto la repressione degli istinti, sia provocata all’ambiente esterno, sia derivante dallo stato di angoscia dell’individuo, ed il carattere fortemente irrazionale ed alienante della partecipazione al movimento totalitario, porta a concludere che, secondo le distinzioni pocanzi espresse, l’identificazione fra leader e massa verificatasi al suo interno fu del tipo affettivo – cesaristico[31]. L’individuo solo, spaventato ed incerto per il suo futuro, come lo era gran parte della popolazione tedesca alla fine del primo conflitto mondiale, visti sciogliersi i legami primari con la famiglia, e non potendo più contare sul rapporto con gli amici, i compagni o i conoscenti, aveva come unico obiettivo quello di ritrovare il proprio posto nel mondo. Proprio perché «ognuno di essi era isolato ed impotente»[32], il movimento totalitario garantiva quel posto subito e per sempre; in cambio la fedeltà che l’individuo offriva era incondizionata ed illimitata, come quella che si può avere nei confronti di una madre; a tutti gli effetti, il regime diventava donatore di una nuova vita e assumeva le vesti di un nuovo genitore.  L’angoscia del sentirsi soli spinge alla ricer­ca di legami, che sostituiscano quelli che si sono appena sciolti; ma, mentre in precedenza, il benessere e la sicurezza dei quali si godeva non implicavano nessun sacrificio, in quanto tutto era percepito come proprio, adesso la sottomissione ad un’autorità superiore, in cambio di protezione, presuppone «la rinuncia all’integrità del proprio Io»[33]. In questa ottica, lo Stato tedesco diventa l’espressione di un padre superiore a cui si aveva l’obbligo di obbedire. Per la Arendt, il processo regressivo psicologico, in atto durante una crisi sociale, economica e culturale come quella verificatasi in Germania, ha come risultati immediati l’attenuarsi del senso della realtà, contrastato da un mondo (infantile) fatto di illusioni e credulità, nel quale niente esiste e tutto è possibile, ed inoltre porta alla diminuzione o addirittura la perdita della coscienza di sé; tutto questo rese facile il compito della propaganda nazista [34]di creare una massa, monolitica all’esterno, ma fortemente atomizzata al suo interno, pronta ad obbedire ad un solo comando. É noto che durante i totalitarismi i mezzi di comunicazione diventano parte integrante del regime stesso, il quale si arroga il potere di delegittimare le notizie che comprometterebbero la sua forza, di decidere ciò che è vero e ciò che è falso, di fomentare o placare l’ira delle masse. Per questo motivo, Croce in una lettera inviata al Vossler, lo mise in guardia dalla scarsa attendibilità della stampa in tempo di guerra.

Come italiano, io non do troppa importanza alle chiacchiere che si leggono spesso nei giornali. In primo luogo, dice un proverbio italiano: In tempo di guerra, bugie più terra! E gli italiani che leggono i giornali, si ripetono a ogni momento questo savio proverbio. In secondo luogo, tu sai come io, da anni, deplori e perseguiti con le mie satire i troppi letterati a spasso che sono diventati scrittori di giornali politici. Leggerezza e spirito d’avventura e da essi trasportata dai romanzi e drammi alla vita reale. In terzo luogo, ho sempre creduto che ciò che conta non sono i cosidetti sentimenti dei popoli (di solito artificiosamente eccitati) ma l’atteggiamento e l’opera dei governi: e il Salandra è un uomo coltissimo, assennato, serio; e persino gli articoli più stolti dei giornali concludono col non concludere, cioè col dire che il governo, che sa, si condurrà come il dovere gli detta. Quanto poi alle proteste contro la stupidità che si son dette sulla pretesa barbarie tedesca, esse sono state assai più numerose di quella unica del De Lollis, che tu conosci (lo stesso De Lollis ne ha fatte per suo conto non una, ma parecchie). Ed oggi stesso io ho aderito ad una di queste proteste[35].

Il detto riportato da Croce rimanda a una verità: la manipolazione dell’informazione è una costante durante le guerre. Un esempio lampante, a tale proposito, è fornito dal filologo tedesco Victor Klemperer, che nei suoi diari scrisse: «Provavo dolore ogni volta che leggevo un giornale italiano. Poiché il tormento si rinnovava più volte al giorno e poiché in sostanza ogni giorno leggevo sempre le stesse cose, con dei dettagli diversi e in vari toni, ma sempre le stesse, dopo un po’ di tempo cominciai a crederci»[36]. Da queste parole emerge chiaramente che in tempo di guerra l’informazione perde la sua oggettività e si pone al servizio della politica, di coloro che decidono se fare o non fare una guerra, di coloro che si arrogano il diritto di stabilire la differenza fra il bene ed il male. L’autore denunciò la pressione, più o meno manifesta, che la stampa italiana fece per seminare astio fra i tedeschi e gli italiani, per spingere l’intera nazione ad entrare in guerra: «La prima di queste correnti, alimentata da una sorgente maggiore, era quella della brama di guerra. I diversi partiti che ne facevano parte avevano il desiderio di proteggere la cultura dell’occidente dal Teutonismo e dal Militarismo, regolare i vecchi conti con l’Austria, e far trionfare la giustizia in Europa»[37]. In tempo di guerra, l’ideologia deforma ogni cosa ed estende le proprie radici anche mediante la stampa che frequentemente si trasforma in un potente mezzo di propaganda per estendere il potere del governo. La Arendt sottolineò che «il vero fine della propaganda totalitaria non è la persuasione ma l’omologazione»[38]. Secondo l’autrice, i capi totalitari estraggono «dalle ideologie disponibili gli elementi che meglio si prestano a fare da base per la creazione di un mondo interamente fittizio»[39] . Riprendendo tale teoria, Sartori ha scritto che «prima di tirare intorno a sé una cortina di ferro per impedire che il più lieve rumore esterno turbi la spaventosa quiete di un mondo interamente immaginario, essi possiedono già, grazie alla loro propaganda, la forza di segregare le masse del mondo reale»[40]. Egli pone l’accento sul fatto che i dittatori sono soliti fare dichiarazioni legate al futuro piuttosto che richiamandosi al glorioso passato, pensano nei termini del millennio a venire, alimentano la fuga dalla realtà delle masse. La propaganda si avvalse di tutti i mezzi tradizionali e di quelli nuovi messi a  disposizione dalla tecnologia del tempo. Massimo Ragnedda ricorda che:

Pian piano la guerra diviene un fattore nazionale per cui si cerca di mobilitare il maggiore numero di persone possibili, proprio per passare dall’esercito di mestiere ad un esercito nazionale. Per farlo si necessita di una martellante campagna propagandistica atta a convincere la popolazione della inevitabilità e della giusta causa della guerra: aspetto che, come si accennava poco sopra, ritornerà come tratto caratteristico della propaganda moderna[41].

Ovviamente, il regime esercita un fortissimo potere sulla stampa, intesa come pubblicazioni giornalistiche (periodici, quotidiani, giornali di settore, di associazioni lavorative ecc.) e anche, in senso più ampio, come editoria libraria.

I manuali per le scuole, specie quelli storici e umanistici, dovettero sottostare a commissioni di controllo e a censure. I comizi politici e le adunate assunsero un’imponenza mai vista prima e un’attentissima coreografia. Queste esibizioni di massa venivano preparate a tavolino con uno studio della collocazione, dei tempi e dei movimenti dei partecipanti, il tutto inquadrato dal ricorrere dei simboli del regime e mirante a creare un’intensa atmosfera emotiva di appartenenza comunitaria e di immedesimazione con il capo, che appariva e parlava nel momento culminante. Così si rafforzava e si legittimava l’identità comune e l’identificazione con il capo, secondo un meccanismo psicologico per il quale la massa viene percepita, in determinate condizioni, come un oceano che sommerge, ma al tempo stesso protegge e dà un significato all’azione del singolo, come testimoniano queste agghiaccianti parole scritte da Hitler:

L’assemblea di masse è necessaria già per questo, che in essa il singolo, che dapprima, essendo soltanto sulla via di diventare un seguace del giovane movimento, si sente isolato e colto dalla paura d’essere solo, vede per la prima volta lo spettacolo d’una grande comunità, e ne resta incoraggiato e inforzato. Un uomo, inquadrato in una compagnia o in un battaglione, circondato dai suoi camerati, si slancerà più volentieri all’assalto che se si trovasse solo. Nello stuolo, si sente

alquanto nascosto, quand’anche vi fossero mille argomenti per credere l’opposto.[42]

Inoltre, bisogna considerare che le adunate celebrative non coinvolgevano solo i

partecipanti. Attraverso la trasmissione radiofonica in diretta ed i cinedocumentari – le tecnologie nuove dell’epoca – il loro effetto veniva amplificato a masse ancora più vaste. E appunto le immagini cinematografiche permettono oggi di rivedere e di studiare le grandi manifestazioni di regime, dalle monumentali parate del 1° maggio sulla Piazza Rossa di Mosca alle assemblee naziste di Norimberga. La radio ed il cinema furono sfruttati come potenti mezzi di persuasione e gli Stati totalitari si dotarono di enti nazionali di produzione e di emissione, sotto il controllo dei rispettivi ministeri per la propaganda. Probabilmente, i regimi totalitari non sarebbero mai stati possibili, sin dalla loro nascita, senza quelle manifestazioni di popolo oceaniche, e se, quindi, non ci fossero stati tutti quegli strumenti tecnologici, come la stampa, i microfoni e la radio. Prima di queste invenzioni, non sarebbe mai stata immaginabile una manifestazione di quel tipo, perché non esistevano gli strumenti tecnologici per farne delle vere e proprie casse di risonanza per il consenso popolare. In questo delicato meccanismo i mezzi di comunicazione danno, al capo carismatico, la possibilità di mettersi in contatto diretto con milioni di uomini, creando un vero e proprio meccanismo di immedesimazione[43]. Tuttavia, Sartori rilevò che «nessuna propaganda basata sull’interesse puro e semplice può avere effetto fra masse che essendo caratterizzate principalmente dall’estraneità a qualsiasi corpo sociale e politico, presentano un vero caos di interessi individuali»[44]. Secondo la sua opinione, il fanatismo dei militanti dei movimenti totalitari, così diverso qualitativamente dall’attaccamento dei membri dei partiti normali, è prodotto dalla mancanza di un interesse egoistico delle masse, che sono pronte a sacrificarsi.


[1] E. Jünger, Die totale Mobilmachung, in Sämtliche Werke, VII, Essays I: Betrachtungen zur Zeit, Klett-Cotta, Stuttgart 1980, p. 121 e ss. Cfr. M. Ghelardi, Alcune osservazioni su Carl Schmitt ed Ernst Jünger, in Ernst Jünger, un convegno internazionale, a cura di P. Chiarini, Napoli, Shakespeare & Company, 1987.

[2] C. Schmitt, Il custode della costituzione, a cura di A. Caracciolo Milano, Giuffré, 1981, p. 123.

[3] C. Schmitt, Weiterentwicklungen des totalen Staat in Deutschland, in «Europäische Revue», IX, 1933, 2, ripubblicato in Id., Positionen und Begriffe im Kampf mit Weimar-Genf-Versailles 1923-1939, Hanseatische Verlagsanstalt, Hamburg-Wandsbek, 1940.

[4] Ibidem.

[5] H. Arendt, Le origini del totalitarismo, cit., p. XXXI.

[6] S. Lupo, Fascismo e nazismo, , in Storia Contemporanea,Roma, Donzelli, 1997, p. 370.

[7] Ibidem.

[8] Il rapporto di amore e odio, di paura e dipendenza e di indispensabilità reciproca, ricalca fedelmente i caratteri principali della simbiosi incestuosa; cfr. E. Fromm Psicoanalisi dell’amore, Roma, Newton Compton, 1998, p. 103.

[9] Cfr. H. Arendt, Le origini del totalitarismo, cit., pp. 317-339.

[10] Cfr. F. Neumann Lo stato democratico e lo stato autoritario, Bologna, il Mulino, 1973, p. 70.

[11] Lettera del 24 settembre 1914, i n Carteggio Croce- Vossler, cit., p. 185.

[12] Cfr. E. Fromm, Fuga dalla libertà, Milano, Mondadori, 1994, pp. 154- 160.

[13] Cfr. H.Arendt, Le origini del totalitarismo, cit., pp. 200-220.

[14] Lettera del 24 settembre 1914, i n Carteggio Croce- Vossler, cit., p. 185.

[15] H. Arendt, Le origini del totalitarismo, cit., p. 423.

[16] Ibidem, (in nota).

[17] Ivi, p. 429.

[18] Cfr. E. Fromm , Fuga dalla libertà, Milano, Mondadori, 1994, pp. 90-94.

[19] W. Reich, Psicologia di massa del fascismo, Torino, Einaudi, 2002, p. 46.

[20] Ivi, p. 59.

Nonostante la radicalità del pensiero di Reich, i contatti con le tesi di Fromm sono evidenti; cfr. W. Reich Psicologia di massa del fascismo, cit.; E. Fromm Psicoanalisi dell’amore, cit., p. 94.

[22] W. Reich Psicologia di massa del fascismo,cit., p. 62.

[23]Cfr. E. Fromm Fuga dalla libertà, cit., pp. 76-78.

[24]Il totalitarismo recepisce il malessere interiore degli individui e lo traduce in azione, superando il controllo esercitato dalla ragione e alterando il rapporto esistente fra con­scio e inconscio; cfr. F. Neumann Lo stato democratico e lo stato autoritario, cit.; H. Arendt Le origini del totalitarismo, cit.; E. Fromm Psicoanalisi dell’amore.

[25] H. Marcuse, Eros e civiltà,Torino, Einaudi, 2001, p. 76.

[26] Ibidem.

[27] Ivi, p. 124.

[28] Ivi, p. 79.

[29] Ibidem.

[30] Cfr. H. Arendt, Le origini del totalitarismo, cit., pp. 451-470.

[31] Le conclusioni di Neumann rispecchiano le tesi di Fromm sul legame libidico fra leader e massa; cfr. F. Neumann Lo stato democratico e lo stato autoritario, cit.; E. Fromm Psicoanalisi dell’amore, cit.; E. Fromm Fuga dalla libertà, cit., p. 60.

[32] H. Arendt, Le origini del totalitarismo,cit., p. 443.

[33] E. Fromm Fuga dalla libertà,cit., p. 35.

[34] Una propaganda di cui le “madornali bugie con cui il Führer intratteneva i suoi ospiti nel tentativo di conquistarli” potevano essere un modello; Ivi, p. 473.

[35] Lettera del 4 ottobre 1914, i n Carteggio Croce- Vossler, cit., p. 187.

[36] Tratto dalla mia traduzione del capitolo Neapel im Krieg, dell’opera di Victor Klemperer, Curriculum Vitae, Berlin, Aufbau Taschenbuch Verlag, 1996. «da ora in poi citato come N. K.».

[37] N. K.

[38] H. Arendt, Le origini del totalitarismo, cit., p. 498.

[39] Ibidem.

[40] G. Sartori, Cosa è “propaganda” ?, in «Rassegna italiana di sociologia», IV, 1962, p.481.

[41] M. Ragnedda, La propaganda tra passato e presente: evoluzione e ipotesi di comparazione, in «Annali della Facoltà di Lingue e letterature straniere dell’Università degli studi di Sassari», 2003-2005, p. 267.

[42] A. Hitler, Mein Kampf, Milano, Bompiani, 1940, p. 55.

[43] Cfr. M. Ragnedda, La propaganda tra passato e presente: evoluzione e ipotesi di comparazione, in «Annali della Facoltà di Lingue e letterature straniere dell’Università degli studi di Sassari», 2003-2005.

[44] Cfr. G. Sartori, Cosa è “propaganda” ?, in «Rassegna italiana di sociologia», IV, 1962, pp. 60-73.

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Il Carteggio Croce – Vossler: Il contesto storico

Carteggio Croce – Vossler. Il contesto storico

Il Carteggio Croce – Vossler offre una preziosa testimonianza della salda amicizia che legava i due intellettuali nel drammatico clima delle due Guerre Mondiali, nell’Europa devastata e depredata da quei valori fondamentali che erano la base del suo antico splendore. In questo capitolo si cercano di analizzare , se pur sommariamente, i preziosi contenuti delle lettere che rendono il carteggio un documento storico di estremo interesse. «Questo volume raccoglie […] cinquant’anni di amicizia […] nel mitico mondo della sicurezza come nel mondo lacero e corso dai nazionalismi, dalle dittature, dalle guerre, dalle catastrofi»[1]. Tale amicizia fu forte al punto tale da resistere al vento di inimicizia che spirava sulle loro patrie nemiche nella Prima Guerra e “alleate” nella Seconda. «La prima delle quali vide l’Italia e la Germania schierate in due campi avversi e la seconda, pur nell’alleanza dei due governi, provocò al regime che allora imperava in Germania più nemici tra gli italiani di quanto i dittatori potessero immaginare»[2]. Nessuno, tra i responsabili della guerra, poteva immaginare a cosa andasse incontro l’Europa. Le due Guerre Mondiali sono state, senza alcun dubbio,  le matrici del secolo del male. Infatti, esse hanno causato  l’effettiva e definitiva causa del divorzio del Continente dalla sua eredità spirituale. Dall’Europa scompare così la consapevolezza di una tradizione comune da salvaguardare. E al suo posto, si affermano reiterate e reciproche accuse razzistiche, che giungono a mettere in dubbio l’appartenenza di tutti gli europei non soltanto ad una comune tradizione ma persino alla medesima umanità. Questa fortissima crisi di valori causa poco meno di 10 milioni di morti tra i quali 578.000[3] italiani ed oltre 21 milioni di feriti. Le occupazioni dei territori, i campi di concentramento, i lavori forzati, i vagoni piombati, le deportazioni, fanno allora la loro apparizione sul palcoscenico della storia. Il mondo non solo sta a guardare, ma partecipa ad atroci genocidi. Le nazioni si sacralizzano mentre la religione si nazionalizza. Quando vincitori e sconfitti s’incontrano a Versailles, la comunicazione è perciò rarefatta e i rapporti interpersonali vietati. Il conflitto, inoltre, abbatte l’Impero – ne crollano quattro, il russo, l’ottomano, il tedesco e, soprattutto, l’austro-ungarico – che era stato la struttura sulla quale si era poggiato l’ordine europeo, spazza via il principio di legittimità, come fondamento dei rapporti tra i popoli e della stabilità internazionale[4]. Per questi motivi nascono i totalitarismi europei, nel loro drammatico scontrarsi in una guerra civile di dimensione continentale e, insieme, convergere nelle tensioni e nelle avversioni che li innervano. Per tutti i grandi totalitarismi del 900 la tradizione unificante del Vecchio Continente che, includendo un elemento trascendente poteva considerare l’imperfezione consustanziale alla città dell’uomo, sarebbe stata da distruggere o almeno da strumentalizzare, assieme alle aggregazioni sociali da essa spontaneamente derivate: la famiglia, i corpi organici, le classi, i gruppi d’interesse. Quella tradizione è sostituita da passati mitizzati dai quali sarebbero dovuti scaturire futuri utopici. Si affermano così progetti totalizzanti per la loro pretesa perfezione sociale ed assoluti nella loro volontà di potenza. Si parte dalla realtà della nazione  anche nel caso del comunismo, il Partito è una sorta di Pietro il Grande collettivo, per poi aspirare all’egemonia mondiale. Le religioni – e non soltanto quella cristiana – lungo questa deriva, divengono oggetto di odio attivo, e quindi di persecuzione. Il grande storico Friedrich Meinecke descrisse così il fenomeno storico delle guerre mondiali:

La guerra totalitaria, quest’ultimo e più forte mezzo della ragion di stato, non era dunque più ciò che essa aveva calcolato, era diventata un potere demoniaco che si burlava di ogni freno della ragion di stato e che trascinava il cavaliere nell’abisso. Il potere era straripato oltre le sue sponde. Le passioni ed ambizioni dei popoli, unite con nuovi e seducenti mezzi bellici, crearono l’atmosfera satura di rovina in cui la pura, avveduta arte dello stato più non poteva prosperare[5].

La guerra è, secondo Meinecke , il frutto di un delirio di massa in cui l’uomo sfoga i suoi istinti repressi in nome di falsi ideali che generano qualcosa che va al di là della più macabra immaginazione umana. La macchina da guerra è nient’altro che un distorto prodotto della mente umana che sfugge alle mani della sua genitrice, portando gli uomini al bagno di sangue ed alla follia. Molti si sono interrogati sull’origine, o meglio, sul perché della guerra. La maggior parte di essi è giunta alla conclusione che la guerra non sia voluta dall’uomo, ma dalla sete di potere. Arthur Schnitzler, un autorevole collega di Freud, scrisse nel suo diario:

Il singolo non ha mai voluto la guerra; vuole forse la lotta, l’avventura, il divertimento, anche il guadagno, la gloria, il pericolo, talvolta vuole anche la morte di un altro, vuole uccidere, saccheggiare (cosa che forse proprio in guerra può ottenere con un rischio personale relativamente minore).

Nei casi migliori egli  vuole la vittoria, il trionfo, l’elevamento della patria a spese di altra gente che vive in un altro paese. Nessuno sosterrà che talvolta un singolo desidera per sé ferite, tormento, fame, malattia, rovina, annientamento. Egli non desidererebbe dunque neppure la guerra, se fosse capace di immaginarsi che cosa tutto ciò – ferite, ecc. -significhi per lui in quanto singolo[6].

Remo Bodei ritiene che nello Stato totalitario: «ogni società tenda a diventare un sistema in cui vige la legge dell’unità, dell’eliminazione del diverso, del non compatibile con il dominio»[7]. Questo clima distorto e privo di valori fece in modo che un nobile sentimento come il patriottismo degenerasse nel nazionalismo. Secondo Croce, il patriottismo è un sentimento di nobile fratellanza alimentato dalla storia comune e dalla cultura che unisce ed arricchisce coloro che la condividono, dando a quest’ultimi  un’ampia prospettiva, e quindi la possibilità di confrontarsi con culture diverse, assimilandole alla propria. Il nazionalismo, invece, è come una bestia feroce che, prima o poi, sfugge alle mani dei suoi padroni nutrendosi del loro sangue e del loro intelletto. Il filosofo nel 1914 scrisse che: «Fra il patriottismo e il nazionalismo corre la medesima differenza che c’è fra “la gentilezza dell’amore umano per un’umana creatura” e “la bestiale libidine o la morbosa lussuria o l’egoistico capriccio»[8]. Lo stato d’animo dell’autore, fortemente preoccupato per le sorti dell’Occidente, emerge chiaramente da queste righe scritte al suo amico, collega e confidente Karl Vossler.

Purtroppo la nostra Europa è ancora in grave torpore intellettuale e morale, un torpore rotto da manifestazioni di violenza, che simulano la forza. Io spero sempre in una ripresa vitale, di quelle che accadono nella storia e nella vita per processi nascosti e quasi misteriosi. Ma, intanto, gli uomini della mia generazione e, in certa misura, della tua, stanno come sentinelle sperdute. Molto onore, ma molta malinconia e tristezza[9].

«Il sonno della ragione genera mostri»[10]. Questo celeberrimo aforisma di Goya esprime pienamente l’atmosfera in cui vissero i due autori. Secondo Croce, la storia è tessuta dalle storie dei singoli individui. Lo storicismo crociano, pur avendo ereditato alcuni aspetti da quello romantico, differiva da esso riguardo alla definizione del singolo individuo. Infatti, se nello storicismo romantico l’individuo, pur essendo il centro del mondo, non riesce ad integrarsi in esso, perché è eccessivamente chiuso in se stesso, in quello crociano il singolo vive l’universalità all’interno dell’individualità stessa. Ragion per cui il singolo è intimamente ed indissolubilmente integrato nella realtà, da cui dipende la sua felicità. L’uomo diviene l’incarnazione di quello spirito umano che si identifica in ogni individuo e che per questo lega tra loro gli uomini di ogni tempo, passato presente e futuro, in un’unica grande anima che vivifica tutti ed a tutti conferisce pari dignità. Il terreno su cui si svolgono le azioni degli individui è la storia: gli eventi storici dipendono dalla volontà e dalle azioni dei singoli, ma risultano sempre dall’incontro delle azioni di più individui e, in tal senso, sono opera dello spirito. Di seguito si riporta un discorso che Croce fece a  tale proposito.

A voi suonerà strana o paradossale, dopo le considerazioni che insieme facemmo nella passata conversazione sulla realtà come perpetua creazione e perciò spiritualità, e sulla creatività delle forze che si chiamano individuali e coincidono con l’unità dell’Universale («universi», dicevano i latini, «quia in uno loco versi»), la sentenza che gli uomini sono tutti liberi per ciò stesso che vivono, e vivere è vivere per proprio conto e fare a proprio modo[11].

Secondo Antoni, la teoria crociana riguardo il valore del singolo individuo: «forniva la possibilità di restaurare il principio di identità »[12].

Croce riteneva che alla trama della storia collaborassero tutti gli individui, non alcuni in particolare, in un processo infinito. Come conseguenza di ciò, la storiografia è la conoscenza dell’universale concreto, ossia della vita dello spirito universale, che si individualizza e concretizza nelle opere della fantasia e del pensiero, nell’attività economica e nell’agire morale.

L’individuo è la situazione storica dello spirito universale [dell’umanità in genere, si può dire in modo meno equivoco] in ogni istante del tempo, e perciò l’insieme degli abiti che per effetto delle situazioni storiche si sono prodotti.[…] e bisogna accuratamente scansare quei modi di concepire onde si parla di un medesimo individuo in due situazioni diverse, o di due individui diversi in una situazione medesima; perché individuo e situazione sono tutt’uno[13].

La storiografia presuppone le distinzioni delle forme dello spirito, la cui delucidazione appartiene alla filosofia; in questo senso, Croce ribadì la tesi dell’identità di filosofia e storia e il rifiuto di concepire la filosofia come metafisica in quanto tale, preoccupata del problema unico o generale della realtà. Croce era dell’avviso che la filosofia non fosse soltanto nei libri dei filosofi, cosicché il suo ideale fu che tutti gli studiosi delle cose umane, ossia storiche, fossero capaci di affrontare i problemi che via via la storia pone [14] . Per Croce: «Storia e letteratura sono rispettivamente conoscenza del realmente accaduto e dell’idealmente possibile»[15]. Il filosofo abruzzese considerò la storia come conoscenza artistica e come narrazione, cioè come una rappresentazione del particolare e dell’individuale, distinguendola con nettezza dalla conoscenza di tipo scientifico, che consisteva  invece nell’elaborazione di concetti generali. Proprio in tale negazione del carattere scientifico della storia, intesa piuttosto come raffigurazione artistica del realmente accaduto, è implicito il rifiuto di una considerazione filosofica (ossia concettuale), e quindi una critica di ogni filosofia o predeterminazione della storia.


[1] E. Cutinelli- Réndina, Intr. a Carteggio Croce – Vossler 1899-1949, Napoli, Bibliopolis, 1991, p. 7.

[2] Ibidem.

[3] Cfr. G. Berta, Tra le due guerre: l’età della crisi,in Storia Contemporanea,Roma, Donzelli, 1997, pp. 345-360.

[4] Cfr. M. Isnenghi, La prima guerra mondiale, in  Storia Contemporanea,Roma, Donzelli, 1997,  pp. 321-342.

[5] F. Meinicke, L’idea di Ragion di Stato nella storia moderna, Firenze, Sansoni, 1977, p. 432.

[6] Cit. in R. Ascarelli, Arthur Schnitzler, Pordenone, Edizioni Studio Tesi, 1995. p. 192.

[7] R. Bodei, Novecento: apogeo e crisi del moderno, in Storia Contemporanea,Roma, Donzelli, 1997, p. 289.

[8] B. Croce, Una parola desueta: l’amor di patria, in L’idea liberale. Contro le confusioni e

gl’ibridismi, Laterza, Bari, 1944, p. 22.

[9] Lettera del 24 novembre 1932 in Carteggio Croce- Vossler, cit.,p. 347.

[10]La celebre frase è tratta dall’’incisione di Francisco Goya Il sonno della ragione genera mostri (1797-1799); realizzata con le tecniche dell’acquaforte e dell’acquatinta, fa parte della serie intitolata Capricci, nella quale il grande pittore spagnolo espresse una ferma condanna all’oppressione del potere, all’ottusità della superstizione e a ogni forma di sopraffazione, dando vita a immagini di potente suggestione.

[11] B. Croce, Parità degli uomini nella libertà, in La religione della libertà, Antologia degli scritti politici, a cura    di G. Cotroneo, Milano, SugarCo1986, p. 136.

[12] C. Antoni, Commento a Croce, Venezia, Neri Pozza, 1955, p.36.

[13] B. Croce, Filosofia della pratica. Economica ed etica, Laterza, Bari 1957, p. 63.

[14] Per ulteriori approfondimenti tematici si rimanda all’’ultimo volume, dell’opera di Croce, la Filosofia dello spirito, Teoria e storia della storiografia, Bari, Laterza, 1908.

[15]Cit. in E. Giammattei, La biblioteca e il Dragone, Croce, Gentile e la letteratura, Napoli, Editoriale Scientifica, 2001, p. 36.

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Klemperer-Croce-Vossler. Introduzione

tesi di laurea su victor klemperer benedetto croce e karl vosslerGli articoli inseriti in questo sito sono tratti dalla mia tesi di laurea: “Victor Klemperer, il suo viaggio di nozze con la vita al Suor Orsola Benincasa e l’incontro con Benedetto Croce”.

La tesi è stata conseguita il 24 ottobre 2008 presso L’Istituto Universitario Suor Orsola Benincasa di Napoli

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Napoli in tempo di pace

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